Redondel e il Teroldego

Ci sono varie possibilità per affrontare una tornata di vini e di vignaioli come si trovano alle varie manifestazioni vinicole: solitamente io parto, lancia in resta, con un piano di battaglia che prevede un percorso mirato, studiato minuziosamente nei più piccoli dettagli produttivi ed enografici. Manco si trattasse di preparare Austerlitz, insomma. E infatti tutta questa fine strategia si traduce sistematicamente in un girovagare random tra i vari banchi, attratto in maniera estemporanea da un’etichetta, una parola di un produttore, un bagliore emesso da un vino dentro il calice. Non ha fatto eccezione l’ultima edizione di Viniveri, il salone di Cerea dei vini secondo natura giunto alla sua tredicesima edizione. Chi per primo ha fatto saltare il mio piano questa volta è stato Redondel: non era in programma, perché ne avevo già apprezzato i vini sempre qui qualche anno fa e ne avevo acquistato qualche bottiglia di recente. Ma come si fa a resistere a quei nomi impressi sulle etichette, a quelle versioni buonissime di Teroldego, alla simpatia e alla cordialità di Paolo Zanini, il proprietario di questa piccola grande cantina trentina. Mezzolombardo per la precisione, dove il Teroldego è una religione. Da circa 3 ettari suddivisi in diversi appezzamenti, con vigne che in alcuni casi raggiungono gli 80 anni, vengono ricavate 3 diverse declinazioni di questo vino: la prima è un sorprendente rosato, Assolto, così chiamato perché con una breve macerazione l’uva ha esaurito, quindi assolto, il suo compito. Elegantemente profumato di frutti di bosco, rosa canina, peonia. Di grande carattere al palato, fresco, piacevole e dalla lunga scia sapida. Poi il Dannato, il Teroldego che si inserisce nel solco di tradizione e tipicità della Piana Rotaliana, salvo poi ritrovarsi con la dannazione di avere a che fare con un vitigno difficile da far esprimere. Dopo dodici mesi di affinamento in bottiglia, il Dannato risulta comunque puntare decisamente al paradiso piuttosto che agli inferi: preciso e fragrante, dimostra un equilibrio che spesso non si trova con questo vino, di cui girano versioni o troppo anonime o caricaturali e sovraccariche di stimoli che ne mascherano la personalità. L’essenzialità del Teroldego insomma, fatta di profumi fruttati di mora, di un soffuso tratto floreale, di venature vegetali, su cui si inserisce un sorso di nerbo, sostanza e freschezza. Quindi Il Beatome, con riferimento alla passione e alla fortuna di Paolo di fare il suo mestiere di vignaiolo. Ma in realtà questo vino potrebbe essere chiamato anche Beatinoi o Beatochilobeve. Dalle vigne più vecchie di 80 anni, lunghissimo riposo in legno. Inesauribile nel proporre frutta in confettura e macerata, cacao, spezie, sia al naso che al palato. Rotondo e seducente, ma con ancora il tratto un po’ nervoso del suo vitigno d’origine. Un grande vino, insomma. Ma c’era da aspettarselo da chi, nel suo manifesto programmatico da vignaiolo, afferma di fare vino perché amo la natura, ne rispetto i ritmi e i limiti e le sono grato per esser sempre così generosa nonostante tutto il rispetto che – mio malgrado – le facciamo mancare.

You may also like

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *